
Un’opera d’arte cola sangue che ti penetra lento come un trauma: è il succo del rischio di indagare l'erranza del segreto, poiché, invece di bendare la ferita, la si scava, la si incide, la si scortica. Un vecchio procedimento psicanalitico, ricreare l’evento per rimuoverlo.
Così Rodenbach morì, fracassandosi il cranio nello specchio che rifletteva le sue rughe.
Grazie alla vita che mi ha dato tanto, goodbye, au revoire. O adieu.
Bisogna andare, arrivare sul bordo del limite, come San Giorgio, come Rapunzel, ri-significare l’imperativo di Kant, per essere al di là del bene e del male, spingersi sul precipizio, alla linea curva del pozzo, perdere qualcosa per riuscire a compiere un ritrovamento.
L’io- corpo è un perfetto fantasma, un cadavere-ghiaccio e l’io mente, un vampiro danzatore che cammina vestito da rueda de casino, ha piccoli passi di lupo sulla lesione slabbrata dell'afasia, sulle sinossi dei dubbi, sul bordo della tagliola sotto i fianchi. C’è in tutti gli umani un tragico desiderio di sapere, un tragico desiderio di ignorare. Uscire da se stessi per capire se stessi, è l’estremo tentativo di indagare la propria esistenza, con la ferma possibilità di non chiarirsi nulla. L’istruttoria deve fare i conti con la memoria che a volte ha dei buchi neri, profondi come crateri. E con le sviste e gli inganni, le grida primordiali di uccelli tropicali, i tagli dei polsi e della carne.
Forse, come nelle autopsie dei martiri, si scoprirà solo che l'arma del delitto è sempre il cuore. Sempre inspiegabilmente con un buco, al centro. Ma non si disinnesca, non si blocca, non si sutura, perché si sa, anche dopo il taglio di un arto, si continua a sentirne il fantasma.
Altro non resta che avere pietà per se stessi.
E poi amarsi, di un amore qualunque, icone folli, di brividi.
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