domenica, 20 luglio 2008
My gif -photos by A. Gonzalez scoperte da Orsarossa
Picasso ha inventato la quarta dimensione perché tre non erano sufficienti alla totalità del gesto, alla completezza della memoria involontaria, alla violenza emotiva dell’inconscio svelato.
Un’opera d’arte cola sangue che ti penetra lento come un trauma: è il succo del rischio di indagare  l'erranza del segreto, poiché, invece di bendare la ferita, la si scava, la si incide, la si scortica. Un vecchio procedimento psicanalitico, ricreare l’evento per rimuoverlo.
Così
Rodenbach morì, fracassandosi il cranio nello specchio che rifletteva le sue rughe.
Grazie alla vita che mi ha dato tanto, goodbye, au revoire. O adieu.
Bisogna andare, arrivare sul bordo del limite, come San Giorgio, come Rapunzel, ri-significare l’imperativo di Kant, per essere al di là del bene e del male, spingersi sul precipizio, alla linea curva del pozzo, perdere qualcosa per riuscire a compiere un ritrovamento. 

Da piccolo mi piaceva leccare la neve. Ogni Natale mi veniva una specie di febbre quartana e i miei pensieri avevano sempre la temperatura di un altiforno. In quella quarantena, mi dava sollievo ascoltare i miei battiti e contarli, così ho scoperto che al centro esatto delle scapole c'è un incavo perfetto, che se ci appoggi l'orecchio puoi sentire tutte le voci di dentro e catalogarle, come un album di farfalle. Il suono delle cose ha radici trasparenti, per questo con un respiro profondo -di almeno trentasecondi- ci si può forare il petto, come una fitta dalle pelvi allo stomaco, un varco perché le cose ti entrino da fuori a dentro o all’inverso, dall’interno escano i fantasmi come il profumo dei narcisi nelle piazze di Pietroburgo. 

Una vecchia Hallenkirchen è il rifugio perfetto per i pastori di Brema; è una casa per briganti alla macchia, dove, dopo aver dormito per cento e più anni, come per un incantesimo, il corpo, nella frescura, al riparo da venti ed eventi, riesce a staccarsi  dalla mente (o è l’esatto contrario?) con la stessa dolcezza con cui si addenta un biscotto appena sfornato, impastato col rosolio al mandarino dalle mani di una mamma generosa che ha gli occhi cerchiati dagli anni e le vene varicose rosso carminio.
L’io- corpo è un  perfetto fantasma,  un  cadavere-ghiaccio e l’io mente, un vampiro danzatore che cammina vestito da rueda de casino, ha   piccoli passi di lupo sulla lesione slabbrata dell'afasia, sulle sinossi dei dubbi, sul bordo della tagliola sotto i fianchi. C’è in tutti gli umani un tragico desiderio di sapere, un tragico desiderio di ignorare. Uscire da se stessi per capire se stessi, è l’estremo tentativo di indagare la propria esistenza, con la ferma possibilità di non chiarirsi nulla. L’istruttoria deve  fare i conti con la memoria che a volte ha dei buchi neri, profondi come crateri. E con le sviste e gli inganni, le grida primordiali di uccelli tropicali, i tagli dei polsi e della carne.
Forse, come  nelle autopsie dei martiri, si scoprirà solo che l'arma del delitto è sempre il cuore. Sempre inspiegabilmente con un buco, al centro. Ma non si disinnesca, non si blocca, non si sutura, perché si sa, anche dopo il taglio di un arto, si continua a sentirne il fantasma.
Altro non resta che avere pietà per se stessi.
E poi amarsi, di un amore qualunque, icone folli, di brividi.

      

venerdì, 27 giugno 2008

>Amatemilano<

>Ama te milano<

>Amate milano<

>Amatemi l ano<

 

Oh, David... fatti una bella risata, per coprire il silenzio.

I Rem mi cantano |a palla|  Murmur nelle cuffie  e fuori piove poi smette, poi ricomincia. Insomma lassù non si prende una decisione seria e quindi non si sa bene di cosa lamentarsi. 
Neanche quaggiù si prende una decisione seria. Gli uomini del governo -iocel’hoduro e iononc’holepalle- fanno il gioco dell’oca o partite di trivial pursuit. Il presidente della camera no, lui sta al mare, beato come una farfalla nel vin santo. Se Bertinotti aveva il portaocchiali, lui c’ha l’insegnante di sostegno |le numerose foto apparse un po’ ovunque di recente, testimoniano cosa -e come- sostiene, la signora|. Va beh, noi siamo figli delle stelle e crediamo a tutti quelli che ci promettono i miracoli di Copperfield.
Diceva bene, Gaber: ognuno ha l’infinito che si merita.
Nel frattempo la città da bere del Presidente è invasa dal caldo, si comincia a fermentare come il whisky del Tennessee dentro botti di acero. Ma la città ha il suo personale villaggio turistico a prezzo scontato: l’Ikea. C’è una frescura che manco ad alta quota, piscine verde pisello per metterci ammollo i figli mentre ti destreggi tra il comò klippan, il letto Grimstad, l’ombrellone in acciaio 
Hemnes e la sdraio grigio fumo di Nottingham Malm. I salmoni e le aringhe li trovi in scatola.
Ovviamente, da montare.
Istruzioni comprese nel prezzo.
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giovedì, 12 giugno 2008

Ho smarrito il centro interiore.
Il mazzo di chiavi.
Il bimbo meticcio.
Questa è l'alba di un nuovo destino di viandanza.
Mi genufletto disfatto a una luce di transito in questo vuoto di carne [deserto e voragine di suoni spenti e inanimati].
Lascia un messaggio al telefono notturno come una ninnananna a parlarmi nel sonno.
In una data qualunque, in un calendario aperto a caso.
Sul cuore. E negli occhi nessun dolore.

21/06/2008

Ci sono notti in cui Anne Sexton e Sylvia Plath si siedono sul bordo metallico del mio letto tenendomi sveglio fino a farmi luccicare gli occhi. Mi compaiono come Madonne pietose per cantarmi filastrocche e pungermi le punte delle mani, per ricordarmi che sono vivo e loro no. Per ricordarmi che le cose accadono,  oltre il niente ed il buio. Così fa Orsastella che prepara torte di riso decorate con semi di zenzero, bacche d'acero e grani di neve-pepe nero che trafiggono e risorgono il centro, l'epicentro, le cellule morte. L'ho immaginata nella casa alla fine del mondo, sciamare nell'ombra dei fumi e nei gironi vorticosi e incendiari della musica rebetika: aveva rose-bambine, fresche di Maggio nei capelli e uccelli marini le volavano nel mare calmo degli occhi, in quegli abissi di lacrime blu, umidi e freschi come marmo d'oriente. Guardava il suo sciamano con lo sguardo dritto e benevolo, mentre corpi androgini e guantoni da basball lavorati in pizzo o punto croce, si passavano bicchieri di vodka sour e marguarita cocktail. Lui le sorrideva e sembrava parlassero in una lingua incomprensibile. 'Li vedi mon tresor? danzano leggeri come ombre senza le maschere pesanti del quotidiano apparire. Io ho bisogno di tutto questo vociare, di queste icone da colorare per pulirle dal dolore e immaginarle leggere su cavallucci marini a dondolo dei giorni, dipingerle felici delle loro ferite, mentre portano con dignità la loro assurda sofferenza'. Erano oltre i corpi, erano -anche in mezzo agli altri- nella loro terra di rose. A lei si illuminava il volto e poi, tornava  a scrivere e carezzargli il cuore con la sua devozione.  C'era come una magia nel sangue con cui scriveva le sue parole, o una droga, una specie di incantesimo che ubriaca chi le ascolta. Perché è questo l'inspiegabile: sia che le leggi sulla carta, o sul plasma vitreo di un computer, è sempre la sua voce che le racconta, che le sussurra, leggera, che le canta. Lei, che si strappa il cuore d'oro dal petto e dice... 'ehi, baby...vuoi assaggiare il cibo di Dio?'

martedì, 29 aprile 2008
 

Ora, fuori dall'esistere, la voce è diventata inchiostro.
E non c'è cielo...

Al pub di via della Semenza Lombroso ordina sempre long drink con fetta d’arancia appesa all’orlo di un  bicchiere di cristallo purissimo appoggiando le labbra dove ha già bevuto la bocca che ama: l’enfant melodieux, il santo criminale. Lo butta giù tutto d'un fiato per stordirsi la gola tutto insieme,  non un po' per volta, per sentire un galoppo di bestie sul petto ruvido. Tiene lo sguardo fermo,  puntato là, tra il destino e la libertà mentre si tocca con la punta della lingua la barriera corallina dei  denti. Nervosamente.
Entra sempre all’improvviso in quel locale di baldracche e magnaccia -il triclinium delle sue notti solitarie- col passo pesante, con quel pezzo di pelle a forma di rosa appuntata al bavero. E’ l’appuntamento dimenticato con un fantasma distratto, col ministro segreto del suo teatro di ombre. Si ferma per tre minuti prima di sedersi al tavolo cinque, batte il piede sinistro sulle piastrelle dorate di cocciopesto. Risale due volte con l’indice e il medio il bracciolo della sedia di paglia morta. E' il rituale consunto della sua tragedia greca, i gesti verbali del suo difetto al cuore, un cuore che ha la tenerezza della neve dove i lupi lasciano impronte, gli animali affamati se ne cibano, un monumento ghiacciato o un gigante di argilla. Quel Sabato di mezzaluna e canicola giallo-arancio, alle 00.30 precise, scrisse qualcosa sul tovagliolo. Le mani di pasta millefoglie erano svelte, lui come in deliquio...

Mon petit.
Per mille sere, ti ho atteso di nascosto  nel sottoscala, tra rumori di tacchi e fumi di loto, con gli occhi indifferenti al resto, incapace di salire, inabile alla discesa
.
Ho tremato, nelle mani e nelle palpebre, ad ogni passo dietro le mie spalle.
 
Ho coperto con vestiti di foglie di rosmarino e cinture a spine di melograno ai fianchi,
la mia vergogna di bambino ridicolo ma anche la speranza.
Ho leccato a lungo la bava di lumaca che mi hai lasciato nelle mani. Sbriciolando pane sul tuo nome, ho pensato che il tempo si fermasse, e che solo al tuo apparire, il volgere naturale delle cose, riprendesse. In verità, il tempo passava lo stesso e io potevo solo sentirlo alla tv, nei racconti degli altri, mentre cadevo negli abissi profondissimi, nel vuoto, nel vuoto immenso, nel vuoto incolmabile che non ha lumino né candela di cera. Nessuna luce, a ferire il buio del pozzo. Lo capisci mon petit? Questa è l’ultima sera che m’imbelletto, che
cammino in ginocchio su questa corda che mi tiene sospeso.
Il volto è più leggero di una maschera.
Dopo averti ucciso, strapperò per sempre il mio cuore dannato, i cani leccheranno il suo sangue che cola sul loro muso. Forse ti piaceva vedermi piangere, ma io voglio dimenticare persino il dolore di lasciarti andare. Tirerò tre volte lo sciacquone e per tre volte, come Giuda, avrò goduto. Ora basta, Animula vagula blandula, nec, ut soles, dabis iocos...Te lo dico piano, con l'umiltà antica, straziata e armata di spada.
Vaffanculo, amore.

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sabato, 29 marzo 2008

Prima o poi ti scriverò un post. L’ho pensato mentre leggevo il libro che sfoglio tutte le mattine mentre il sette sbarrato mi porta da piazza Croci  alle ciminiere fumose, tra i pini a ombrello,  dove lavoro.
Io ormai non guardo più le fotografie dei miei anni passati, mi sembra pioggia sottile che vuole squarciarmi le retine.
Però mi basta pensare ad alcune città per ricordarmi di lenzuola d’albergo & corpi & clessidre nel culo del tempo.

Ogni città ha il sapore/odore di un corpo, ha la tessitura ruvida di cuori di marmo e senza malizia, ha un solfarello che appicca il rogo di una scopata, ha cartomanti per leggere le linee della mano sinistra, e un treno che ti riporta  indietro, con addosso il finto piacere di sbagliarsi, più dissoluto  e travestito da te stesso.
Prima o poi ti scriverò un post. Sturm un drang. Sarà una buona terapia per la sopravvivenza di un'insensata devozione, per il tumulto, per la cortigiana-puttana, per le foglie di arum e i ramoscelli di Roma. E per l'impostura.
N
é cifra e  né segno di qualcos'altro, ti dirò che il corpo è il centro esatto di qualunque riflessione,  soprattutto nella sua splendida nudità, negli aspetti meno esposti. E' materia onirica, cannibalizzazione che supera i limiti tra conscio e inconscio, tra mio e tuo, tra il sé e l'altro da sé.

Prima o poi ti scriverò un post. Avrò pietà del tuo ventre disfatto, il tuo tabernacolo sconsacrato, dei tuoi visceri-serpenti. Vestirò con le mie dita la carne straziata, gli organi genitali, le piaghe, l'osso spolpato. Sarò come Lady Lazarus di Sylvia Plath, guarderò il cadavere, galleggiare nell'acquario, e imparerò a conoscerti, mentre come eco scolori, nel cono d’ombra di un amore benedetto.

 

Si comincia a parlare di sé, quando si ha la sensazione di essere soli, di essere orfani. O di non essere.

[prima o poi lo scrivo, il post.]

my gif for Frida.

"Do I terrify? - /The nose, the eye pit, the full set of teeth?"
venerdì, 14 marzo 2008

L’odore di bagnoschiuma in circolo nelle vene e il blu è dappertutto, come un oceano in tempesta intorno al  letto, dove cercare un sonno quieto. Una medusa trasparente  mi respira tra le gambe, ha negli occhi fette di luna, mi guarda vivere e mi vomita paura. O forse è una crisalide bambina, un insetto fluorescente solerte e coscienzioso, un' icona che sanguina. Il sonno non arriva più dolce, come l'avanzare della marea, mi prende violento e chimico come la porta di un ascensore che ti si chiude sulle dita. Dentro la mia testa canto filastrocche per farmi perdonare. (serial queer).
Io non ricordo. Io non dimentico.
So che al mio risveglio, ero maledettamente sensibile.
 (serial QUEEN).
E sempre in cerca di un posto dove sentirsi a casa. Di un odore di dolci al forno, cinnamomo e lavanda.
it's my home  listens to my heartOh baby, baby, f
orse dentro le proprie costole c'è la prima rivoluzione, un monumento d’acciaio conficcato in una torta di neve. Il senso di colpa è un  ballo di gruppo, my little baby, una tarantella, una pizzica pizzica, ma si canta in silenzio, da soli. È la voce del lupoangelo che scova ogive, orifizi, feritoie, punti di transito. E uccide lentamente.

[Splindercontaminazione, cocktail shakerato di impronte digitali, senza principio gerarchico. Bricolage di bassa fattura, sartoria ricontestualizzata, magma di escrementi, tracce, perle, pensieri, cicatrici, molliche, stridìi, per rintracciare il liquido invisibile che lega le parole, perfettamente trasparente, che suda nel monitor.
Siamo Io mutanti, identità gemelle, fiori vivi, spiedini al sangue].

 


 

Mi piace quando sorridi, baby. Anche nel sorriso hai il tuo vestito di lutto, il tuo mosaico d’ametista, la luce trasparente di un lumino da obitorio.
Sarà per il tuo cuore di cristallo purissimo, così soffice, così fragile: una spugna sempre umida che ha assorbito il tempo, ogni taglio di capelli, ogni inizio, ogni away, ogni forever e ogni mai.
Pulsa rabbiosamente, tramestando come un piccolo lupo nello sterco di ferite profondissime. Hai un bellissimo cuore d’oro, baby, e abbracci commoventi per gli squali che lo divorano, con l’avorio candido dei denti, a morsi piccolissimi.
Perdono per i vivi, che ancora non sanno quanto costa, un respiro.

      

 


lunedì, 18 febbraio 2008

Dopo quattro o cinque WhiskeyBlues, Lombroso cominciò a camminare, a passi incerti, senza fretta e senza eleganza, che lui aveva sempre fatto a pugni col tempo, che sempre si chiedeva se Dio potesse vedere veramente in tutti gli istantideltempo, ogni strano animale che si sparge negli anfratti,  le luci e le ombre dipinte nelle costole  rabbiose e pulsanti, le ferite sepolte, i pensieri tremolanti che rimangono nelle viscere e negli occhi. Poteva davvero tenere il controllo, sempre, su tutti?
Così si fermò a fissare il neon opalino di un sex center scintillare ipnotico come la Orsastella cometa a Natale, come un conforto bellissimo. 
Fermo come quando stai sul rettilineo un momento prima di riaccendere il motore e picchiare sul pedale per ripartire, come a ricominciare il viaggio.
Poi portò la mano destra all'altezza della bocca, forse per rintracciare la geometria di un sorriso.
Ed impararla.
Fu un istante, infinito e infinitesimale -che forse, chissà, poteva sfuggire al controllo di Dio- in cui si rivide a scattare foto agli alberi dal finestrino  di un treno in corsa, e poi al cielo e alle case e alle campagne, come un marmocchio iperattivo che col dito fa clik, clik, clik per proteggersi da una paura più grande. Molto più grande della sua più grande certezza.
Pensò che certe  notti, quando la luna è un cerchio perfetto, miracolosamente sospeso in quel mare di pece, arriva qualcuno [senza un rumore a mò di preavviso], alitando beffardo sul  collo come un fantasma biondo, dai denti d’acciaio e passiflora coerulea, e un dolore dolcissimo sazio di sole.
Forse è il Caritevole, padre-bambino coi piedi da francescano: nudi, perfetti e meravigliosamente stanchi.
Ha mani amorevoli, d'odore intenso, di chi ha appena impastato dolcetti di zenzero e semi di ginepro, e occhi di doge o principe normanno, che Lombroso non ha mai avuto l’ardire di guardare, che lui non c’ha coraggio di amare, né di amarsi. Soprattutto, di amarsi.
Che poi non è stato facile nemmeno accettare se stesso, ma è stato un gioco di incastri e lenta conoscenza delle proprie personalissime asimmetrie/geometrie.
Ma amarsi è di più: è stare fermi sulla porta della certezza (gli uomini hanno così bisogno di rassicuranti conforti, sono così fragili, così bambini senza madri e ninnenanne) dell’amore di un altro, di un altro che ama ciò che sei, così magnificamente distante dall’esattezza.
Imperfetto.
Impreciso.
E con un marchio a fuoco.
Nel cuore.
La faccenda delle mani aveva una certa importanza per lui, ci pensò a lungo mentre stava attaccato al suo gancio arrugginito a forma di punto interrogativo, al centro esatto del rettilineo, sulla zona mezzana quella né di qua né di là, quella né il bene né il male.
Le mani arrivano sempre prima delle parole.
Le mani hanno virtù  prodigiose e sanno fare discorsi che nessuna voce può dire. Hanno mandibole sdentate che si attorcigliano al collo come catenine d’oro o grossi catenacci e dentro, una specie di saggezza, un conforto che può perfino salvare.
Pazzesco.
Cosa possono fare, le mani sui capelli.

lunedì, 28 gennaio 2008

 

IN ITALIA IL CARNEVALE E' COMINCIATO DA UN PO'

MA C'E' POCO DA RIDERE

Sottofondo: Povera Patria, F. Battiato

- Il migliore dei miei ragazzi deve calmarsi stasera.
-Finn... Io me ne vado -.
Julian si mette a ridere.
-Davvero. Ho pagato il mio stronzissimo debito.
Adesso basta. E' finita.-

B. Easton Ellis, Meno di zero

Comincio a sperare in Grillo. Almeno lui è un comico professionista.

venerdì, 28 dicembre 2007

 

 Ssynth Photo's

Il gioco che faccio volentieri nelle notti di dicembre è pensarti, che mentre ti accarezzo resti immobile come uno spillone da balia o un campanile squarcianuvole, e sotto le palpebre, trattieni aria di tempesta. 
Mio Arcangelo. Occhi da cieco biondo, capelli morbidi come alghe. Mio liquore.
I nostri
 corpi sposi si addormentano nel merletto, ed è tutto perfetto, come un cerchio fatto col gesso, prima del vento.

Lo sai anche tu, ci sono cose che ci penetrano fino al punto da non lasciare posto a null'altro. Nemmeno a se stessi. Così mi nutro di questa bellezza, del tuo vizio assurdo, di una poesia che non è seta morbida ma tulle spiegazzato, spigoloso, ruvido, glaciale, su corpi di puttane turche. E più nessuna paura dell'inferno.

Dai, prova a ferirmi, insisti, mangiami, finiscimi. Io sono più altrove, una colonna di fumo, una moneta d'oro che non fa più rumore se cade sul marmo del tavolo.

 

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lunedì, 03 dicembre 2007
 

Muto Muto Muto.

Prove tecniche di sopravvivenza.
E' questa l'ascesi del momento: attendere ed invidiare i balzi al cuore...
come un istante che non appartiene alla terra,
l'istante sublime degli angeli.
Ma per gli altri è sempre e solo uno sciocco orgoglio, chiudere gli occhi, su una foglia di vite, come a disprezzare il mondo.

Texture Peste Barnout Chrome Breathe me  Fragile  Maneggiare con cura Cristalli a perdere

.. e poi..

 

averla addosso comunque la luce sparata sui punti di sutura e sul ventre. Come un insetto portatore di follia, a sbulinare dintorni, quasi per sbaglio. Nel silenzio che in-canta ma che ancora non so leggere.

'fanculo, però domani magari passa.

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venerdì, 16 novembre 2007

info su www.dedalofurioso.it

Mai a nessuno diremo di quel viaggio.
Un viaggio lunghissimo e senza conforto.
Senza destinazione. Senza orari.
Troppe buste esselunga, lattine di dab bevute in fretta, pacchetti di Marlboro accartocciati a
i quattro angoli della solita stanza, coi muri zuppi di fumo d'acero e brusche stanchezze.
Così, per sopportare la vita, o stabilirne un senso, a volte la si può solo fuggire, per non escludere del tutto la proiezione di una propria volontà.

Funziona così, e lui lo sapeva bene.
Lui che preferiva rimanere un'impressione, un'ombra appena, un'immagine senza contorni, un fiore, un organismo vegetale, schiacciato tra le pagine del libro di storia.
Non voleva niente,
per non avere niente da perdere,
e non avere niente da rimpiangere.
Perché la vita, diceva, non può essere solo un volo senza rispetto.

Ora, ha solo molti viaggi nella sua testa azzurra.
E mai più un treno da prendere
.
O perdere.

[Qualcuno lo ha visto bruciare polaroid davanti a un grande specchio, a moltiplicare immagini all'infinito. Al collo aveva una chiave enorme, mentre con le mani, graffiava l'aria].
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mercoledì, 03 ottobre 2007
 

La casa si riempì di voci mute e molti nomi e volti allo specchio

Così si mise il cappello di zorro fumando spinelli, e spezie e lamette avvolte in un biglietto da dieci euro, per nascondersi gli occhi, nel fumo a cerchi.
Chissà se ride mai davvero.
Se l'ha mai fatto, davvero.

In faccia ai demoni.

aggiornamento

La blogosfera è a rischio di estinzione.
Il 12 ottobre 2007 il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legge che trasforma la libera espressione della rete in testata giornalistica. Quindi i blog verrebbero considerati illegali.
E illegali verrebbero considerati i propri pensieri, le proprie emozioni, passioni, situazioni di vita, i momenti allegri e tristi della propria esistenza.
In questo link potrete firmare una petizione per fermare questo blocco della libertà di pensiero:
http://www.petitiononline.com/noDDL/petition.html
Una firma potrebbe sembrare una piccola arma, ma è tutto ciò che si può fare.

Grazie a Linch e Japa.

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sabato, 08 settembre 2007

 a volte  certe cose non si possono nascondere, altre volte si

 

Si dice che Socrate abbia influenzato Platone, che a sua volta influenzò Aristotele. Il vento erode ogni giorno la mia roccia di tufo, che si sgretola cambiando forma e dimensione, si leviga, si frantuma in piccoli coralli d'argento e ghisa e si fa sabbia di deserto, umida, che sfiora il mare del passato e gli abissi profondissimi del futuro a venire*. E poi si raggruma nella solita faccia mosaica di cera e salgemma con gli occhi-bersaglio per frecce spuntate di un destino che gioca, di un destino bambino, di un destino che fotte o se ne fotte. Io rendo grazie ai venti che mi spirano addosso, che disfano e costringono al cambiamento. Detesto l'idea stereotipata, e gioco nell'arena col destino; distratto/vigile, camicia da mercatino e-bay e scarpe american's cup prada. Con gli intuiti, i trucchi, i simboli, le fantasie, che so, che posso. Quando l'idea primordiale di te non combacia con la rappresentazione di te (che non si impara e non si insegna più a nessuno la contentezza), viene (sempre a sopresa, circonflessa), la stella cometa di nuovi stati di coscienza. E' l'ago e il filo che ricuce le tue sembianze. Sii pronto a partire, per nuove altitudini, il cuore gonfio, e le carte, il dentro, il fuori, il mirto, la rosa, il viatico e il cammino, da mischiare.
Orfeo, discese negli inferi per riprendersi l'Anima.

[ma, senza certi inferni  non avrei saputo mai di certi paradisi].**

* TatTuamAsi
** OrsaRossa

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mercoledì, 08 agosto 2007

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

 

Sto facendo come te, little, lo vedi?
Scrivo per allontanarlo da me, perchè non mi si appiccichi addosso come la canottiera da centometrista, o il cappotto doppio petto a costine larghe.
Come facevo da piccolo,
le tasche piene di foglietti di carta da pacchi, o tovaglioli del bar col bordo rosso.
Ma anche scrivere è un parto doloroso,
come un coltello di cristallo per un'operazione senza anestesia.
Sto diventando malato,
little.
Di una bastarda solitudine romantica (come stai, dove stai, quale aria taglia il tuo bel viso?).
Ora ti assomiglio, little: sperso negli occhi.
Immobile e curvo tra i grani di una pannocchia,
a bere ciotole di vino, e veleno d'agrifoglio.

[Senza più piste da seguire, ho tracimato la vita di giorni pieni e lunghissimi, in quattro parole, come un veleno purissimo. In ginoccho su tredici scranni in cerchio, con la luna alle spalle di vuote camere irlandesi, che si strina su un unico solco fatto da mani-giganti e dentro, [dentro], un impalpabile coro di silenzio quasi perfetto. Nè bene nè male. Solo silenzio. Che soffoca].

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domenica, 05 agosto 2007
               

 

 

Poi venne il sonno. Come un compimento illusoriamente perfetto. Nell'aria e negli occhi un [under] caos immobile di cotone o zucchero filato, come una commozione bellissima di misterioso conforto. Il corpo-camaleonte, redento e sfinito su lenzuola di carta di riso giapponese, per essere divorato in un solo boccone, senza fretta, senza dolore, da un amore immenso.

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