martedì, 09 giugno 2009
eterogenesi dei fini
E respiro con le ali negli occhi.
Alcune cose non sono frutto di calcolo, ma del bisogno dei ritorni sul nostro limite/confine che qualcuno ha avuto il coraggio di varcare per caso, per scelta o banale transfert cognitivo. Poi, restano genialità distorte, felicità salate sulle labbra, baci timbrati su polaroid e cenere alla cenere. Così ogni volta pensi 'mai più' lo sferragliare di un treno in corsa, lo stridìre del ferro in attrito, solo quaresima e digiuno. Il ramadam dei sensi. Solo bacche, ginepro e aghi di pino fin dentro la carne. Arriva il tempo di raccogliersi dentro la corazza senza più scaglie, come baby tartarughe moresche sul bordo di un filo d’acqua, arroventato da un sole bastardo che brucia e abbaglia e confonde.. perché di troppa luce si può anche morire, di un morire lento dentro troppe domande, di un morire veloce dentro poche risposte.
Ora c’è questa immagine di tartaruga di ghiaccio che galleggia sull’oceano, dentro un umido ritaglio che tramonta, nel silenzio elementare delle cose piccolissime. L'insofferenza per la bellezza è identica a quella che si prova per la banalità, è la stessa paranoica ossessione degli angeli ciechi che ti si arrampica dentro liberando il veleno zuccherino di serpe sulla carne. Nel dormiveglia, dondolando sull’acqua.
Lo scrivo come sento e come posso, ascoltandolo vibrare, lieve, il tamburo ad acqua tra i polmoni.
Io non temo mai le vampe, ma i tizzoni quasi spenti, dell’eden di Hillmann.
Juergen Reinsch Photography
Scritto da blacksea | alle ore 22:38
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martedì, 05 maggio 2009
Tribute
Lui disse starò fuori tutta la notte ti lascio tutti i miei Dildo Sul Comodino, ficcateli in culo ficcateli in bocca quando non ci saro' e verra' il temporale
Lei disse se non posso avere il tuo sguardo addosso lascia almeno che ti racconti i miei occhi e il mio profumo prenditi un pezzo di cuore e fallo seccare nell'estate di myrtos e fanne un astuccio per i tuoi occhiali da sole e fanne una frusta per accarezzarti nel buio e getta nella polvere questo amore romantico che ora e' pura fiamma che mi spacca le ossa.
Da dove sei venuto? Come ti sei connesso a me? Da quanto tempo mi nuotavi all'interno?
Poi lo prese come si prende una rosa in fondo alla gola sentì tutto il suo mare corallo fuso alla schiena a dipingerla in rosso lui la navigò e poi si perse -vide mondi bellissimi-. Certe sere usciva al tramonto in cerca di un bar sotterraneo dove stare seduto in silenzio. La gente voleva le sue performances e lui la accontentava ballando il sirtaki in piazza Santa Croce con le dita sottili disegnava madonne per terra e i vecchi froci del Slverstud mettevano monetine nel suo cappello da mago. una lama di burro metallico gli si conficcava nel ventre ad ogni sorriso, come una foglia caduta e calpestata in Autunno. non più le rose e le spine e la banalità dell'amore che si consuma, non più i diamanti e le perle e il corallo di myrtos gli toccavano l'anima.. ma il piscio di cani affamati su carcasse d'auto e le sue croci nascoste nei cessi e il retrogusto amaro delle pillole e della musica greca era rimasto bambino e crudele come lo sono i bambini tagliava la sua coda lucertola e la dava in pasto agli animali notturni..
La faceva penzolare davanti ai loro occhi sbarrati fino a che lo spavento li faceva tacere
e allora rideva con la testa verso il sole e le braccia alzate e portava il peso del mondo e delle piccole cose.. e lei che da lontano sentiva il suo respiro era piccola e muta..
un'invisibile lampo di luce una ferita nascosta nel palmo della sua mano.
Orsalefty333boy
Io credo solo a chi parla delle cose che contano davvero, a chi si prende tutte le colpe, a chi cammina sulla sua ombra.
Scritto da blacksea | alle ore 06:30
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martedì, 17 marzo 2009
1§1

Viktor Aladzajkov photo
La vecchia puttana obesa si sistemò ai piedi del letto come uno scampolo di organza avanzato al sarto mancino di una rock star o di una Strass-starlet di Broadway chinata su Weapons of Self-Destruction.
Era già alba sfatta, i posacenere erano cieli di fuliggine con una costellazione di cicche sporche di rosso e lei, piccola e spersa come una forcina per capelli, nel pieno di uno dei suoi soliti momenti panici, guardava i cubetti di ghiaccio spersi nel suo long drink come pesci rossi imprigionati nell'ampolla di vetro e la foto di Gilda con la sua chioma rossa, di un fuoco che arde ma non brucia.
Si ricordò di quando si vendeva l'amore, di quando le regalavano perle e bigliettoni verdi solo per vederla arresa al piacere.
Ora vedeva strane stagioni disordinate nuotare dentro al suo petto come una creatura mutante dal perimetro di cera, bianco come una torta di panna.Toccò col dito smalto rubino uno di quei pesci-ghiaccio sussurrando d'amore come carta vetrata: ci siamo bello, tra un pò sarai come i miei sogni -le mie interiora d'oro- ti farai acqua nell'alcool.
Poi sorrise, come una mamma che in un momento di distrazione lascia i figli dentro l'auto per comprare cime di rapa e olio di girasole.
Pensò che aveva vissuto milioni di vite solo giocando con un pezzetto di carne.
Che aveva visto le paure, le meraviglie, il corpo che urla. E mosso sonagli per incantare fottuti serpenti che l'avrebbero divorata.
Si era esposta, trasparente, al sole, al vento, alla luce di lanterne di carta di riso, per salire la scala del patibolo e per riscenderla, di spalle. Pulito con acido carbonico pentole di rame e mestoli d'acciaio per deformarsi il riflesso.
Ma mai uno specchio per incontrare davvero se stessa.
Così ha nascosto l'armatura, il blasone, le ciotole d’ambra e i lini d’alcova. Dimenticando il suo stesso nome, non poteva avere rimpianti per quel che mai aveva conosciuto, quel che gli altri chiamano felicità. Nemmeno più le interessava conoscerla, aveva sigarette e abbastanza rum per arrivare a mattino.
Il pozzo è secco.
Ed è notte e anche Gilda ha smesso di covare larve.
Butterfly non vola...
Scritto da blacksea | alle ore 18:04
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martedì, 03 febbraio 2009
O-missiS

photo by ragno000
Gli piacevano le puttanelle russe delle dark room, ma solo fino a quanto non gli vomitavano sulla punta degli stivali. Allora diventavano spine nel fianco, complicazioni.
Un piccolo shock cardiogeno dopo un'operazione, da cui guarire nottetempo.
Certe notti il sangue arrivava alla testa con una violenza così forte da farlo sentire come un piccolo lupo mannaro affamato e doveva rotolarsi fino al centro della pista come sulla neve ed essere il palo delle finte bionde lap dancers con le manine sensuali che si agitavano e fendevano il vuoto, che volevano condividere un minuscolo niente, una differenza irrisoria che, distanziando, nutriva un desiderio fortissimo, la speranza di una promessa, di una tenerezza senza ritegno.
Di una specie di salvifico amore.
Frenetiche, le luci, omertose e sfavillanti, mostravano mosaici ravennati di carne,
resi seducenti da mascara e fard e chiffon.
E tutto si mischiava e dava olio agli ingranaggi.
Liquore al ginger e lacrime, tentazioni e strappi, cerchi infuocati e cuccioli di scorpione, sputi e baci.
Tutto diventava un immenso noi, solo per imbrogliare una vocazione irrisolta, solo per illudersi di modellare le lacune.
Un'eco minacciosa e invereconda, sibila sempre al riapparirsi derelitti.
E' piuma di pavone, sospesa su un coltello da scanno o sul fucile di Dio.
Perfettamente verticale.
Senza vestire l'anima bestiale, mai.
<Oh Mum, ricordi come mi legavi i polsi alla spalliera della sedia? stringevi i lacci emostatici come un Cristo al legno ruvido della croce. Ero la spina e la rosa migliore del tuo giardino del supplizio. Ma mi ignoravi la nuca, guardandomi dritto negli occhi>
Niente complicazioni. Solo la scia velenosa di un veloce passaggio di serpenti -particola d'esistenza- per misurare abissi.
Scritto da blacksea | alle ore 00:45
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giovedì, 08 gennaio 2009
_-Abraxas-_

photo by Ruben A. Silva
Per favore, non recuperate le lettere smarrite.
Lasciate la busta accanto al tronco dell’albero,
sotto un’anonima pietra, o a rotolare nei giardini.
Ci sono lettere che si scrivono perché non arrivino,
perché dall’altro lato della voce diffidino di tutto,
perché esista una seconda lettera, esplicita e inutile.
Ciò accade con l’assenso di tutti,
con soprassalti premeditati e complicità.
Sono mesi, anni, di matematica innocenza.
In quelle lettere si confessava tutto,
si annunciavano pericoli che poi la pioggia ha ammorbidito;
in quelle lettere c’erano poscritti che premonivano
sul fatto che sarebbero andate smarrite.
La loro vera destinazione era il silenzio,
le erbacce al bordo dei letti,
le ragnatele sui davanzali,
le nuvole sul volto.
Definitivamente,
dall’altro lato della voce non l’aspettavano.
Lasciatela accanto all’albero,
sotto un’anonima pietra,
a rotolare nella memoria del felice mittente.
Poesie di Alexis Diaz Pimienta
Si sentì profondamente sbagliato. E fu un attimo lunghissimo.
Un attimo senza fine né principio, in cui pensò che poteva farci un perfetto découpage con tutte le sue fantasie e i suoi desideri, che poteva metterli ad essiccare al sole come fiori di ibiscus d’Abissinia, o pezzetti di pelle e ferite su cui i ricordi un tempo posarono le loro mani, trasformate da carezze, da eccessi di libido liquefatta, da saliva umida. Poteva avvolgerli nella carta stagnola o nelle foglie di bambù per mantenere costante il tasso d’umidità.
Sarebbe stato il suo personalissimo péril vert o un gingillo-sonaglio da vendere al mercatino dell’usato.
Poteva, con uno sforzo piccolissimo, diventare il bambino-aracnide con gli occhi color bangladesh intagliati da sgorbie o trafori d’argento, che agita le dita-compasso di legno di bosso mentre sottobraccio tiene rose e accendini di plastica – il suo bancone di frutta nel ristorante tunisino, tra effluvi interetnici di spezie e bolliti di montone- e chiedere qualche euro per una rosa avvolta con cura nella carta trasparente, per un brandello della sua esistenza sistemato in un sacchettino di cellophane, per il suo diamante grezzo senza montatura, per un mucchietto di cenere che un tempo era stato fuoco, stretto da un nastro di velluto porpora.
E così vendersi il suo passato-macigno, tutto quello che era stato e non può più tornare, tutto quello che poteva essere e mai si è avverato.
Perché le cose o si continuano a raccontare o si tacciono per sempre.
A-bra-kadabra e si torna tabula rasa.
A-bra-kadabra e si risorge come una fenice pudica e impertinente che si alza nel tragitto di una perdita.
Così impastò otto parole con un bicchierino di marsala, che lievitarono come pan di spagna al miele: Credere ancora nei miracoli, ma non sperarci mai.
Se lo mangiò a bocconi piccolissimi e ne fece cantilena da notte delle streghe, per cantarla sottovoce, Easy Listening, fino a convincersi che era così davvero.
La sera, dopo aver mangiato tre chicchi di melograno, strappò dieci pagine dal diario, le piegò a monte e a valle e fece nascere dieci bellissimi cigni.
Li mise a galleggiare nella vasca da bagno. E li guardò nuotare, zitti.
Si portavano addosso la verità, senza dirla e senza toccarsi.
La verità fa il vuoto delle parole.
La verità è un segreto. Una pausa. Un purgatorio.
Un silenzio che parla, senza parlare.
Scritto da blacksea | alle ore 23:35
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giovedì, 18 dicembre 2008
Nada te turbe

kemicaluv photo's
L’amore è un prato di filo spinato tramestato da una folla di lupi di passaggio.
La vecchia bouganvillae di Little boy Blue non fioriva più da quasi sette lune ma queste parole scritte su un foglietto ormai consunto erano la stella cometa fiammeggiante e traslucida che appariva dietro il vaso sul comò ad ogni Dicembre delle sue otto vite, nei suoi anelli d’argento attorno al ventre e alle cosce, dove il suono delle cose affoga le radici e il suo umore acqueo con una lieve pressione ne mantiene sempre intatta la forma e integro il dolore.
Ashes to ashes, dust to dust, dicono... invece il suono delle cose sopravvive, respirando le miscele gassose di ciò che accade, sottopelle, nei sotterranei ossei che si riempiono con bolle di azoto e sudore, e si ingrossa come una sconcezza, uno sputo vergognoso che vorrebbe eruttare nella luce e invece resta là nella camera iperbarica di un tempo immobile, nella trappola di un orologio annodato ad una stessa ora.
E’ una canzone immorale e spudorata che risale velocemente -troppo velocemente- fino alla testa, alla punta dei capelli, sottili come alghe colorate di cognac. Ma non oltrepassa mai il recinto di quello che si può dire.
E cosi macera dall’interno e prende il colore di una perla e la durezza di una cava di pietra e scava e lacera e fa danni alla corteccia del cuore.
E cosi si impara a sentire di meno.
A scomparire a se stessi.
A tacere.
A rimbalzare come una pallina di un flipper di ghiaccio tra i fuochi di un'ellisse o come un pesce gatto sperso nella marea, in perenne squilibrio tra afflusso e deflusso.
E così Little boy Blue ha imparato a stare in disparte, a non giocare mai veramente a non premere mai le dita contro la carne generosa che ha lievitato dentro il suo destino.
‘E’ un tipo strano’ dicevano i grandi, ‘parla sempre cosi poco’.
Gli altri marmocchi invece facevano giochi così estranei, così lontani dalle sacre scritture dei suoi demoni irsuti, gli stessi che sollazzavano con l’indice gravido la crepa del suo edificio-corpo protetta con un ricamo bellissimo e con l’orlo di seta del suo silenzio perfetto. Un ricamo bellissimo su una voragine a strapiombo sulla sua bellezza bianca. E pura.
Perché restasse nascosta, perché nessuno sguardo potesse profanarla o allargarne i contorni, come fa il verme dentro la ferita.
Cosa desidera a Dicembre little boy Blue, quando l’alieno dormiente si risveglia dentro le sue ossa? Mentre porta gli avanzi del pranzo di Natale ai gatti randagi, vorrebbe solo sentire nel vento che punge le vene, una canzone d’amore, scritta solo per lui.
Scritto da blacksea | alle ore 05:11
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venerdì, 07 novembre 2008
Balene Delfini Grida Buonanotte
E venne da noi un adolescente dagli occhi trasparenti
e dalle labbra carnose, alla nostra giovinezza
consunta nel paese e nei bordelli.
Non disse una sola parola nè fece gesto alcuno:
questo suo silenzio e questa sua immobilità
hanno aperto una ferita mortale nella nostra consunta giovinezza.
Nessuno ci vendicherà: la nostra pena non ha testimoni.
testo: Peppino Impastato - foto: Bade Babayigit

Andrea Rossetti photos
In fondo lo so: non esiste un posto sufficientemente lontano per scappare.
E così ho scelto di tornare, di toccare queste facce d’argilla con la grafite delle mie mani, di farmi rimbalzare addosso il luccichìo di pupille-carbone.
.:[Lo sai che è dura, vero?]:.
E di passare ogni giorno dal cerchio di fuoco, col mal di testa già alle sette di mattina.
Loro, gli scassacazzi, quelli dell'età incerta, odorano di fumo & di capro.
Sono lì -seppie sventrate senza più inchiostro- e aspettano.
Crosta dura & cuore di burro.
Giglio tatuato o piercing che riluce dove fa male.
Labbra cucite col filo d'oro delle vittime.
Hanno cartilagini fragili & nervi da bestie da soma, superbamente domati, miracolosamente arresi al loro destino.
..:[Il numero dei respiri è la misura iniqua dei giorni,]:.
..:[una guerra di parole,]:.
.:[la raffinatissima tortura di un'esistenza dal galoppo disperato.]:.
Sfibrano.
Stancano.
Conquistano coi pugni che cantano e col paradiso selvaggio degli occhi da lupi.
.:[Un paradiso senza Dio né santi]:.
Fanno questi giochi orribili di staccare la coda alle lucertole o tagliare le lingue ai pappagalli.
Che loro mica cercano Spartaco che guidi la rivolta, e manco l'oratore madido col dito puntato dritto sulla bellezza del cielo e le stelle.
Eppure, col torsolo ruvido di melamaro in gola, ci provano.
A sperare, in un miracolo nascosto nel loro ventre arso e spento.
Ci provano.
Ad esistere.
Comunque.
:[E anch'io]:.

Scritto da blacksea | alle ore 18:52
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martedì, 28 ottobre 2008
Splinderthon

Se la solidarietà è un valore e i lettori e i blogger di Splinder sono persone con valori, aiutiamo concretamente la nostra Orsa. Basta poco, tre minuti per andare in posta, pochi euro perchè siamo tutti poveri, e la buona volontà. Potete effettuare il vostro versamento su cartapay, contattatemi con pvt per avere il numero. Grazie.
Blogger: Orsarossa
Scritto da blacksea | alle ore 20:50
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sabato, 11 ottobre 2008
Needle in the hay

Comprate questo libro, Per sapere come fare cliccate qui
***
Ora, che ho smesso di avere paura di ciò che sono, ora, sono quasi felice.
Ora, riesco a dare baci con le pieghe degli occhi.
E i tribunali segreti che c'imbrigliavano le dita e i pensieri, con la morsa leonina della disapprovazione, hanno lasciato solo un livido sul ventre-giardino, adolescente per sempre, per tutte le stagioni a venire.
Ora c'è un cencio di garza e pudore, sulla nevralgia del trigemino, sul cuore sinistro, sui punti di sutura.
E un canto, lieve di petali rossi, che mi sorride sul viso come dharma tra due virgole, come atomi e stelle in circolo virtuoso.
Come una carezza.
Leggera.
*Questa notte sarà un campo di gigli perché amandoti, riempio tutti i miei vuoti bianchi. In quel momento preciso (nè prima nè dopo) c'è un benessere rotondo. Negli occhi.
Nancy Newhall A Literacy of Images
Scritto da blacksea | alle ore 00:31
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sabato, 27 settembre 2008
...el silencio
una
stanca
disillusa
folaga che batte
l'ali sull'acquitrino
del 41 dicembre lunga
lunga notte tu dicevi che
saresti venuta quel giorno
o quell'altro, giuravi e invece! con la mia
Così le ho date da portare a questo solita ingenuità!
capriccioso uccello certe parole per lei che sono però poco leggibili perché nascoste sotto le piume. Ma
il volatile pianta grane, il volatile si attarda, zoppica qua e là, si posa,si addormenta perfino e ronfa.
delle maledette Io lo sgrido, lo supplico, lo frusto
grane lo frusto sulle ali,forte, forte
nella speranza si riscuota
e corra e si precipiti. Ma
é stanco, dice che no
che no. Tutto inutile
amore mio. Adieu.
(Un'ala lunga
l'altra più
corta
sì).
D. Buzzati da Poesie, ed. Neri Pozza, Venezia
Scritto da blacksea | alle ore 14:13
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mercoledì, 03 settembre 2008
* morn

Gli parlo di tutto ciò che vuole
delle formiche morenti d'amore
sotto la costellazione del soffione
gli giuro che una rosa bianca
se viene spruzzata di vino canta
da taccuino d'amore, W. Szymborska

photo by Ruben A. Silva
Nessuno può comprendere quale cammino di autocoscienza è una macchia di colore diluito nell’acqua della follia. La somma dei miei acquarelli notturni nuota dentro questo buio algebrico, nella terra santa del mio silenzio, e, mentre nudo piroetto in cerchio, ho vibrazioni multiple nell’aorta di ghisa, nei circuiti, cognitivi ed emotivi, nella logica insonne dei miei numeri primi.
So che c’è un dolore piccolissimo con la forma di una rosa all’angolo del cuore, so di non appartenere neppure al mio stesso disordine. So che nessun uomo è solo.
Scritto da blacksea | alle ore 21:28
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venerdì, 27 giugno 2008
pubblicità progresso

>Amatemilano<
>Ama te milano<
>Amate milano<
>Amatemi l ano<
Oh, David... fatti una bella risata, per coprire il silenzio.
I Rem mi cantano |a palla| Murmur nelle cuffie e fuori piove poi smette, poi ricomincia. Insomma lassù non si prende una decisione seria e quindi non si sa bene di cosa lamentarsi.
Neanche quaggiù si prende una decisione seria. Gli uomini del governo -iocel’hoduro e iononc’holepalle- fanno il gioco dell’oca o partite di trivial pursuit. Il presidente della camera no, lui sta al mare, beato come una farfalla nel vin santo. Se Bertinotti aveva il portaocchiali, lui c’ha l’insegnante di sostegno |le numerose foto apparse un po’ ovunque di recente, testimoniano cosa -e come- sostiene, la signora|. Va beh, noi siamo figli delle stelle e crediamo a tutti quelli che ci promettono i miracoli di Copperfield. Diceva bene, Gaber: ognuno ha l’infinito che si merita.
Nel frattempo la città da bere del Presidente è invasa dal caldo, si comincia a fermentare come il whisky del Tennessee dentro botti di acero. Ma la città ha il suo personale villaggio turistico a prezzo scontato: l’Ikea. C’è una frescura che manco ad alta quota, piscine verde pisello per metterci ammollo i figli mentre ti destreggi tra il comò klippan, il letto Grimstad, l’ombrellone in acciaio Hemnes e la sdraio grigio fumo di Nottingham Malm. I salmoni e le aringhe li trovi in scatola.
Ovviamente, da montare.
Istruzioni comprese nel prezzo.
Scritto da blacksea | alle ore 01:32
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giovedì, 12 giugno 2008
Little boy blue

Viktor's photo
Ho smarrito il centro interiore.
Il mazzo di chiavi.
Il bimbo meticcio.
Questa è l'alba di un nuovo destino di viandanza.
Mi genufletto disfatto a una luce di transito in questo vuoto di carne [deserto e voragine di suoni spenti e sitibondi].
Lascia un messaggio al telefono notturno come una ninnananna a parlarmi nel sonno.
In una data qualunque, in un calendario aperto a caso.
Sul cuore. E negli occhi nessun dolore.
21/06/2008
Ci sono notti in cui Anne Sexton e Sylvia Plath si siedono sul bordo metallico del mio letto tenendomi sveglio fino a farmi luccicare gli occhi. Mi compaiono come Madonne pietose per cantarmi filastrocche e pungermi le punte delle mani, per ricordarmi che sono vivo e loro no. Per ricordarmi che le cose accadono, oltre il niente ed il buio. Così fa Orsastella che prepara torte di riso decorate con semi di zenzero, bacche d'acero e grani di neve-pepe nero che trafiggono e risorgono il centro, l'epicentro, le cellule morte. L'ho immaginata nella casa alla fine del mondo, sciamare nell'ombra dei fumi e nei gironi vorticosi e incendiari della musica rebetika: aveva rose-bambine, fresche di Maggio nei capelli e uccelli marini le volavano nel mare calmo degli occhi, in quegli abissi di lacrime, umide, fresche e intensamente blu. Guardava il suo sciamano con lo sguardo dritto e benevolo, mentre corpi androgini e guantoni da basball lavorati in pizzo o punto croce, si passavano bicchieri di vodka sour e marguarita cocktail. Lui le sorrideva e sembrava parlassero in una lingua incomprensibile. 'Li vedi mon tresor? danzano leggeri come ombre senza le maschere pesanti del quotidiano apparire. Io ho bisogno di tutto questo vociare, di queste icone da colorare per pulirle dal dolore e immaginarle leggere su cavallucci marini, a dondolo dei giorni, dipingerle felici delle loro ferite, mentre portano con dignità la loro assurda sofferenza'. Erano oltre i corpi, erano -anche in mezzo agli altri- nella loro terra di rose. A lei si illuminava il volto e poi, tornava a scrivere e carezzargli il cuore con la sua devozione. C'era come una magia nel sangue con cui scriveva le sue parole, o una droga, una specie di incantesimo che ubriaca chi le ascolta. Perché è questo l'inspiegabile: sia che le leggi sulla carta, o sul plasma vitreo di un computer, è sempre la sua voce che le racconta, che le sussurra, che le canta. Lei, che si strappa il cuore d'oro dal petto e dice... 'ehi, baby...vuoi assaggiare il cibo di Dio?'
Scritto da blacksea | alle ore 22:31
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martedì, 29 aprile 2008
The memory of love's refrain.
Ora, fuori dall'esistere, la voce è diventata inchiostro.
E non c'è cielo...
Al pub di via della Semenza Lombroso ordina sempre long drink con fetta d’arancia appesa all’orlo di un bicchiere di cristallo purissimo appoggiando le labbra dove ha già bevuto la bocca che ama: l’enfant melodieux, il santo criminale. Lo butta giù tutto d'un fiato per stordirsi la gola tutto insieme, non un po' per volta, per sentire un galoppo di bestie sul petto ruvido. Tiene lo sguardo fermo, puntato là, tra il destino e la libertà mentre si tocca con la punta della lingua la barriera corallina dei denti. Nervosamente.
Entra sempre all’improvviso in quel locale di baldracche e magnaccia -il triclinium delle sue notti solitarie- col passo pesante, con quel pezzo di pelle a forma di rosa appuntata al bavero. E’ l’appuntamento dimenticato con un fantasma distratto, col ministro segreto del suo teatro di ombre. Si ferma per tre minuti prima di sedersi al tavolo cinque, batte il piede sinistro sulle piastrelle dorate di cocciopesto. Risale due volte con l’indice e il medio il bracciolo della sedia di paglia morta. E' il rituale consunto della sua tragedia greca, i gesti verbali del suo difetto al cuore, un cuore che ha la tenerezza della neve dove i lupi lasciano impronte, gli animali affamati se ne cibano, un monumento ghiacciato o un gigante di argilla. Quel Sabato di mezzaluna e canicola giallo-arancio, alle 00.30 precise, scrisse qualcosa sul tovagliolo. Le mani di pasta millefoglie erano svelte, lui come in deliquio...
Mon petit.
Per mille sere, ti ho atteso di nascosto nel sottoscala, tra rumori di tacchi e fumi di loto, con gli occhi indifferenti al resto, incapace di salire, inabile alla discesa.
Ho tremato, nelle mani e nelle palpebre, ad ogni passo dietro le mie spalle.
Ho coperto con vestiti di foglie di rosmarino e cinture a spine di melograno ai fianchi, la mia vergogna di bambino ridicolo ma anche la speranza.
Ho leccato a lungo la bava di lumaca che mi hai lasciato nelle mani. Sbriciolando pane sul tuo nome, ho pensato che il tempo si fermasse, e che solo al tuo apparire, il cambiamento naturale delle cose, riprendesse. In verità, il tempo passava lo stesso e io potevo solo sentirlo alla tv, nei racconti degli altri, mentre cadevo negli abissi profondissimi, nel vuoto, nel vuoto immenso, nel vuoto che non si può colmare e che non ha lumino né candela di cera. Nessuna luce, a ferire il buio del pozzo. Lo capisci mon petit? Questa è l’ultima sera che m’imbelletto, che cammino in ginocchio su questa corda che mi tiene sospeso. Il volto è più leggero di una maschera.
Dopo averti ucciso, strapperò per sempre il mio cuore dannato, i cani leccheranno il suo sangue che cola sul loro muso. Forse ti piaceva vedermi piangere, ma io voglio dimenticare persino il dolore di lasciarti andare. Tirerò tre volte lo sciacquone e per tre volte, come Giuda, avrò goduto. Ora basta, Animula vagula blandula, nec, ut soles, dabis iocos...Te lo dico piano, con l'umiltà antica, straziata e armata di spada.
Vaffanculo, amore.
Scritto da blacksea | alle ore 21:41
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sabato, 29 marzo 2008
raw meat
Prima o poi ti scriverò un post. L’ho pensato mentre leggevo il libro che sfoglio tutte le mattine mentre il sette sbarrato mi porta da piazza Croci alle ciminiere fumose, tra i pini a ombrello, dove lavoro.
Io ormai non guardo più le fotografie dei miei anni passati, mi sembra pioggia sottile che vuole squarciarmi le retine.
Però mi basta pensare ad alcune città per ricordarmi di lenzuola d’albergo & corpi & clessidre nel culo del tempo.
Ogni città ha il sapore/odore di un corpo, ha la tessitura ruvida di cuori di marmo e senza malizia, ha un solfarello che appicca il rogo di una scopata, ha cartomanti per leggere le linee della mano sinistra, e un treno che ti riporta indietro, dentro il finto piacere di sbagliarsi, più dissoluto e travestito da te stesso.
Prima o poi ti scriverò un post. Sturm un drang. Sarà una buona terapia per la sopravvivenza di un'insensata devozione, per il tumulto, per la cortigiana-puttana, per le foglie di arum e i ramoscelli di Roma. E per l'impostura.
Né cifra e né segno di qualcos'altro, ti dirò che il corpo è il centro esatto di qualunque riflessione, soprattutto nella sua splendida nudità, negli aspetti meno esposti. E' materia onirica, cannibalizzazione che supera i limiti tra conscio e inconscio, tra mio e tuo, tra il sé e l'altro da sé.
Prima o poi ti scriverò un post. Avrò pietà del tuo ventre disfatto, il tuo tabernacolo sconsacrato, dei tuoi visceri-serpenti. Vestirò con le mie dita la carne straziata, gli organi genitali, le piaghe, l'osso spolpato. Sarò come Lady Lazarus di Sylvia Plath, guarderò il cadavere, galleggiare nell'acquario, e imparerò a conoscerti, mentre come eco scolori, nel cono d’ombra di un amore benedetto.
Si comincia a parlare di sé, quando si ha la sensazione di essere soli, di essere orfani. O di non essere.
[prima o poi lo scrivo, il post.]

my gif for Frida.
"Do I terrify? - /The nose, the eye pit, the full set of teeth?"
Scritto da blacksea | alle ore 18:02
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